Leggo su “Il Sole 24 Ore“: Anticipare al “momento della denuncia” od a quello del rinvio a giudizio, l’esistenza di un “assoluto ostacolo” (alla “frequentazione tra un figlio ed un genitore”) costituirebbe una sorta di “pregiudizio”, rispetto al principio d’innocenza che assiste tutto il sistema penalistico, ed avrebbe come ulteriore effetto quello di “essere di danno certo ed attuale” a quel tessuto di rapporti di scambio in essere tra i figli ed i genitori, l’esistenza del quale consente una crescita mentale del minore, l’assenza del quale lascia, nella psicologia del minore, un vuoto che nulla, successivamente, può colmare, così come è noto a chi conosca le regole basiche dell’età evolutiva, per le quali a ciascun tempo di crescita corrisponde una determinata esperienza, saltata la quale, successivamente, si dovranno fare i conti con la mancanza, non potendo nessuno ricostruire il dato esperienziale mancante.

Di questo caso avevo già scritto:

Uomini e topi

In quell’occasione mi è stato obiettato che il rapporto con un genitore abusante è considerato necessario al recupero del bambino abusato.

Gli esperti in materia non sono dello stesso avviso, anzi ritengono che, in caso di denuncia di abuso sessuale su minore, l’allontanamento del presunto abusante sia un presupposto necessario al lavoro della persona che deve valutare la veridicità delle accuse. Insomma, l’allontanamento dovrebbe essere una misura da adottare addirittura prima che le accuse vengano confermate dal procedimento giudiziario e proprio a garanzia dell’indagine, ma soprattutto a tutela del soggetto più debole: il bambino.

Fonte: Il trattamento terapeutico del minore sessualmente abusato

Ad un minore, vittima di abuso sessuale, devono essere garantite sia la “cura”, sia la protezione (che richiede il suo ingresso nel procedimento penale). Questo vuol dire che i due ambiti diversi del clinico e del giudiziario devono cooperare per poter così compiere, sul bambino, l’attività clinica di aiuto e di rielaborazione del trauma (M. Malacrea, Incrocio tra esigenze cliniche e giudiziarie, Relazione presentata al corso di formazione per operatori organizzato dal “Tavolo permanente contro gli abusi a danno di minori”, Firenze, 29 marzo 2001).

Il clinico deve chiedere, in primo luogo, alle istituzioni giudiziarie di apportare un’adeguata tutela al minore: egli deve essere protetto dagli eventi traumatici che ha subìto e che potrebbe continuare a subire. Quindi, dopo la rivelazione degli eventi, la prima importante forma di intervento è quella che interrompere l’abuso, ponendo fine, spesso attraverso l’allontanamento fisico della vittima dall’abusante, alla situazione traumatica rivelata (L. Pisani, Confronto tra esigenze giudiziarie e protezione del minore: interazione tra magistrato ed esperto all’interno dell’audizione, Corso di formazione per ausiliari nella testimonianza dei minori, Roma, 2002).

Il contesto di protezione può così essere considerato come un intervento preclinico (B. Bessi, Il maltrattamento e l’abuso sessuale in danno dei minori e gli effetti a lungo termine, Corso di formazione per volontarie, Associazione Artemisia, Firenze, 2001) ed è un necessario ed ineludibile passo che permette di creare quelle condizioni per poter impostare correttamente la fase diagnostica, cioè la fase di valutazione e validazione delle rivelazioni della vittima, utili per predisporre successivamente un contesto di cura.Senza protezione, infatti, ogni lavoro clinico è precluso dal “blocco” che nasce nel minore, che sa di poter essere ancora avvicinato e minacciato da colui che ha perpetrato l’abuso e da coloro che con lui si schierano. La letteratura in ambito psicologico ed una consolidata prassi sostengono che solo in una situazione protetta è, quindi, possibile capire, valutare e poi curare il danno prodotto dalla situazione abusiva ( G. Scardaccione, Effetti della ricerca psicosociale e criminologica sulla legislazione italiana in tema di pedofilia, in Rassegna di psicoterapie, ipnosi, medicina psicosomatica e patologia forense, vol. 5, n. 2, Roma, 2000, pp. 51-66).

Il mantenimento di una situazione protettiva permette quindi di effettuare una valutazione sulle conseguenze psicopatologiche dell’abuso e di mettere a fuoco sia gli esiti immediati dello stesso nella vittima (quali i preminenti sentimenti di disvalore, i sensi di vergogna e di colpa), sia di attivare poi un intervento curativo che mitighi il costituirsi nel bambino di difese psicologiche rigide ed invalidanti il suo futuro sviluppo personale. (M. Malacrea, Trauma e riparazione: la cura nell’abuso sessuale all’infanzia, Raffaello Cortina, Azzate – Varese – 1998).

Vi ricordo che non è necessario che vi sia contatto fisico tra vittima e abusante perché si configuri il reato di abuso sessuale su minore:

E’ quanto emerge dalla sentenza 22 luglio 2013, n. 31290 della Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione.

la particolare invasività della condotta, il vero e proprio “accerchiamento” della vittima, correttamente è stata ritenuta dal giudice di merito, con valutazione ex ante, idonea alla costrizione ovvero a carpire il consenso agli atti sessuali invocati. Quanto alla univocità della condotta, essa emerge oggettivamente non solo dal tenore non equivoco delle frasi pronunciate, ma anche dal fatto che gli inviti a consumare gli atti sessuali sono stati accompagnati dalla indicazione di luoghi di consumazione in grado di garantire una sfera di intimità (casa, ascensore, parco)“.

Alla luce di questa sentenza, la testimonianza del minore si rivela l’unica vera “prova” in un caso di abuso.

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